Mercato mondiale dell’auto e industria piemontese

Riporto un articolo comparso su Cittagorà relativo agli approfondimenti fatti sul settore automotive all’interno della commissione che sto coordinando.
Nel corso della serie di incontri con esponenti dell’economia, delle istituzioni e dell’università, organizzati dalla Commissione consiliare per le attività produttive, sono stati forniti, dall’Osservatorio della Camera di Commercio Industria e Artigianato di Torino, alcuni dati interessanti a proposito della situazione del settore auto a livello mondiale, che riproponiamo qui in forma sintetica.

Crisi. Non si parla d’altro. E del resto, la si tocca con mano. Il settore dell’automotive (auto e relativa componentistica) ne è particolarmente toccato, nel nostro Paese. Al punto che le auto prodotte in Italia sono crollate da 1,4 milioni nel 2002 alle circa 400.000 dell’anno scorso.
Eppure, in termini di economia globale, la domanda di auto è in crescita: nel 2013, +4% rispetto all’anno precedente: in testa, la Repubblica Popolare Cinese e l’Argentina(+14%), mente gli Stati Uniti hanno visto un incremento del 7% circa. Nella vecchia Europa ha primeggiato la Gran Bretagna, con il suo +11%. Questo a fronte di una domanda interna, in Italia, che ha totalizzato –8% su un 2012 che già era andato male. I primi due mesi del 2014 hanno però visto una ripresa del 6,4% sul primo bimestre del 2013.
Un baricentro ormai spostato
È ormai evidente come il baricentro del mercato mondiale dell’auto si sia spostato: se nel 2005 l’Unione Europea totalizzava il 27% delle immatricolazioni, la percentuale nel 2013 è scesa al 16%, mentre l’area asiatica è balzata dal 31 al 48%.
Al sesto anno consecutivo col segno meno nell’andamento delle vendite, l’Europa che comprava 15 milioni e mezzo di auto nel 2001 ne ha comprate poco più di 12 milioni l’anno scorso. Nello stesso periodo, gli USA calavano da 15 a 10 milioni di nuove immatricolazioni ma, come si è visto, la crescita è ricominciata.
E per quanto concerne la produzione di auto, il 2013 l’ha vista crescere del 4% nell’area NAFTA (North American Free Trading Area, ovvero USA, Canada e Messico) ma del 9% in America Latina, dell’8% in Asia (ma è invece scesa del 2% in Giappone e Corea del Sud) e persino del 9% in Africa – dove pure la produzione si aggira soltanto intorno al mezzo milione di autoveicoli – e 1% nell’Europa orientale, Russia e Turchia. E l’Unione Europea, con circa 16 milioni di vetture prodotte, ha segnato 0: decrescita arrestata, al momento nulla di più per un mercato che, differentemente da quelli asiatici o latinoamericani, è evidentemente alle prese anche con un problema di saturazione.

Uno zoom virtuale sulla Penisola
Nel 2012 – con 166mila dipendenti – la filiera dell’auto ha fatturato in Italia 38 miliardi di euro: -9% sul 2011. Ulteriore zoom virtuale sulla realtà del Piemonte, che nel 2012 contava quasi 900 imprese del settore con 90mila dipendenti (-4mila sul 2011) e un fatturato di circa 18 miliardi, metà di quello dell’intero automotive italiano, con una diminuzione percentuale, ispetto al 2011, inferiore alla media nazionale: -5%. Perdita più contenuta grazie alla diversificazione produttiva e a una maggiore tendenza all’esportazione, che hanno caratterizzato parte delle aziende.
Punto dolente per l’auto (e non soltanto per essa) nello Stivale, si conferma il crollo del mercato interno: l’anno scorso sono state infatti vendute in Italia 662mila vetture. Nel 2002 se n’erano vendute più del doppio, 1.427.000. A fronte di questo, la componentistica piemontese (in massima parte concentrata a Torino e provincia) ha saputo registrare un incremento delle esportazioni del 9% (superiore alla media italiana: 6,4%), ottenendo da esse il 50% dei ricavi. Tuttavia, l’export non è una valvola di sfogo sufficiente a tenere in piedi tutto il settore: lo ha consentito solo a una parte delle imprese, mentre molte – soprattutto di piccole dimensioni – hanno finito per chiudere i battenti.

Nella tendenza alla crescita, che ancora caratterizza il mercato mondiale dell’auto, investire per migliorare la produttività e differenziare nonché rinnovare i prodotti resta quindi l’elemento fondamentale. Formazione, aumento delle proprie dimensioni, un rapporto più organico con Politecnico e Università per la ricerca e l’innovazione, la diffusione di buone pratiche nell’organizzazione del lavoro: per l’impresa, sono alcune delle sfide da affrontare. Ma, in Piemonte, soltanto il 43,7% delle imprese utilizzano per investimenti in innovazione più del 2% del proprio fatturato.

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