Sviluppare la Smart City partendo da idee e relazioni tra le persone

Martedì scorso Daniele Russolillo (Fondazione per l’Ambiente Turin School of Local Regulation) è intervenuto nella seduta di Commissione Speciale Smart City dedicata ai nuovi modelli di “Città Intelligente”.

Russolillo ha presentato in Commissione gli studi realizzati dal Politecnico di Milano e alcuni esempi di Smart City a livello mondiale, con approfondimenti sugli elementi comuni caratterizzanti, sulla mancanza di una regolamentazione adeguata e sulla dimensione tecnologica sociale.

L’incontro con Russolillo è stata un’occasione per riflettere sul significato di una locuzione spesso abusata o impiegata impropriamente. Pur non essendoci una definizione univoca e standard omogenei – ha spiegato il coordinatore della Fondazione – esistono comunque indicatori per monitorare i servizi e la qualità della vita di una città che fanno riferimento alle norme ISO 37120 del 2014. In particolare, vengono considerati sei domini comuni: individui, governance, economia, mobilità, ambiente, qualità della vita.

Considerando gli esempi proposti una cosa è chiara: ci stiamo muovendo in un campo dove tutti, in qualche modo, sono in fase di esplorazione sarà molto importante approfondire alcuni aspetti come le forme di finanziamento pubblico / privato dei progetti e le opportunità che le tecnologie ci possono fornire per migliorare la qualità della vita delle persone. Stiamo iniziando a cambiare il paradigma di Smart City verso la sua dimensione sociale, e il lavoro della Commissione si colloca in questo contesto: passare da un modello altamente tecnologico a un modello che mette al centro le persone e le relazioni.

In passato, la smart city veniva considerata solo come un bacino per attrarre investimenti industriali da parte di grandi “vendor”: Ibm, Cisco, Siemens… Ora però la situazione sta evolvendo e l’approccio non è più strettamente tecnologico, ma è diventato multidisciplinare – e quindi più complesso per investitori e amministratori pubblici – e più attento ai servizi e alla partecipazione dei cittadini.
La nuova sfida è passare dai modelli altamente tecnologici di smart city a quelli che mettono al centro le persone e le relazioni, partendo dai comportamenti e dalle esigenze concrete dei cittadini, senza prescindere però da un’indispensabile regolazione locale dei servizi (il caso “Uber” docet). Il potenziale di sviluppo è notevole: secondo uno studio del Politecnico di Milano del 2015 l’Italia investirà 65 miliardi di euro nelle smart cities. Finora, ne sono stati spesi solo 9; altri 10 ne verranno impiegati entro il 2020.

Ci sono tre punti fondamentali che occorre evidenziare. Il primo: dobbiamo imparare a “copiare”, avere la capacità di copiare da chi fa meglio, come nel caso della città di Amsterdam, e replicare sul territorio torinese. Il secondo aspetto riguarda l’importanza delle relazioni tra persone: un modello di città tecnologica è funzionale solo se permette alle persone di mettersi in relazione con altre persone. Ultimo, ma non meno importante: la Smart City è un tema trasversale che coinvolge partiti politici differenti, non esiste un modello di smart city di parte, perchè non esistono ancora modelli di Smart City, questo è il terreno sul quale costruire insieme pensieri e sperimentazioni per avere una Torino migliore.

Vedi anche:

Sito Fondazione per l’Ambiente

Sito Turin School of Local Regulation

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