Il lavoro nell’industria 4.0

Quest’estate ho avuto la possibilità di approfondire le tematiche dell’industria 4.0 e dei suoi risvolti, ho provato a raccogliere in questo articolo qualche appunto e riflessione su un tema che sempre più spesso sarà sotto i riflettori, ma che purtroppo denota sempre più una arretratezza del nostro paese nel settore dell’innovazione.

Con il termine «industria 4.0» si intende tutto un insieme di nuove tecnologie, nuovi fattori produttivi e nuove organizzazioni del lavoro che stanno modificando profondamente il modo di produrre e le relazioni tra gli attori economici, compresi i consumatori, con rilevanti effetti sul mercato del lavoro e sulla stessa organizzazione sociale. Il termine industria 4.0, a lungo estraneo al contesto italiano, sta rapidamente acquisendo interesse da parte della stampa specializzata e generalista, e sarà destinato a monopolizzare l’attenzione e il dibattito pubblico sul futuro della nostra economia. Il cambiamento in atto viene indicato con una serie di sinonimi, utilizzati per descrivere un processo innovativo particolarmente complesso e ampio: si parla cioè di «smart manufacturing», «factory of the future» «industrial internet», «fabbrica intelligente», «fabbrica del futuro» e altro ancora. In realtà, queste diverse espressioni non hanno esattamente lo stesso significato, ma come le tessere di un mosaico arricchiscono di contenuti il nuovo paradigma tecnologico, con le sue molte sfaccettature e i caratteri eterogenei.

 

Ogni «rivoluzione» ha avuto una tecnologia iconica, il telaio meccanico e la macchina a vapore, l’elettricità e la linea di montaggio, l’elettronica e l’automazione, ma non si è mai esaurita in essa. La narrazione della industria 4.0 si nutre di iperboli e immagini che sottolineano la discontinuità col passato, ma guardando alle esperienze concrete dentro le nuove fabbriche, ci si accorge che il divenire intelligente della produzione segue una molteplicità di vie, non necessariamente riconducibili a una matrice comune.

Anche per questa quarta rivoluzione il movente del cambiamento sembrerebbe dunque essere di natura tecnologica. Se agli albori dell’Ottocento la tecnologia abilitante era stata la trazione idraulica e poi il vapore, agli inizi del Novecento l’elettricità e a partire dagli anni ’70 dello stesso secolo la computerizzazione e l’automazione, ora è la Rete a costituire la novità dirompente in grado di modificare modelli economici, organizzativi e sociali consolidati

L’equivoco da evitare, in ogni caso, è immaginare che i mutamenti imposti dalla quarta rivoluzione industriale riguardino un futuro cui si giungerà, come è accaduto in passato, con una gradualità favorita dal naturale ricambio delle forze di lavoro. È opinione diffusa, al contrario, che buona parte delle novità tecnologiche, organizzative e sociali esplicheranno il loro effetti – positivi e negativi – entro i primi anni del prossimo decennio. Secondo la ricerca del World Economic Forum, il 65% dei bambini che oggi accedono alla scuola primaria troveranno lavoro in profili professionali che non sono ancora stati codificati, mentre il 50% della conoscenza acquisita nel primo anno di un percorso di studi tecnico risulterà datato al termine dello stesso percorso di studi. Gli effetti del “Fattore Tempo” si propagheranno in almeno tre direzioni diverse, cui sarà necessario rispondere con interventi di natura diversa. La prima riguarda l’impatto sull’occupazione, con i conseguenti rischi di marginalità e di tensione sociale, anche se le “demografie avverse” delle economie industriali mature, in primis quella tedesca ma anche quella del Nord Italia, potrebbero mitigarne gli effetti grazie a flussi di pensionamento via via più consistenti. La seconda concerne il cosiddetto “lifelong learning”, l’aggiornamento professionale continuo, che richiederà la riqualificazione e lo sviluppo delle competenze delle persone già occupate, a partire da quelle più anziane. La terza riguarda invece i sistemi scolastici, già oggi in affanno nella “corsa tra tecnologia ed educazione”, che dovranno essere virati verso lo sviluppo di quelle competenze trasversali, relazionali e cognitive più importanti e durature delle tradizionali conoscenze specifiche: quest’ultima è probabilmente la sfida più difficile viste le dimensioni degli apparati di apprendimento universalistici. Le strategie per accompagnare il cambiamento verso l’Industria 4.0 potrebbero quindi giocarsi, niente affatto paradossalmente, anche nel campo dell’education e dell’innovazione sociale.

Un altro effetto non secondario di questa rivoluzione, connesso a quanto riportato sopra, è quello del riconoscimento e della valorizzazione delle competenze che fino ad oggi è inserito in un sistema di regole riferito all’inquadramento professionale, ma il passaggio di categoria della fabbrica novecentesca, cristallizzato nel capolavoro, non sembra più adeguato allo scenario della manifattura contemporanea che richiede sistemi di certificazione sofisticati, intrinsechi alla quotidianità dei luoghi di lavoro. Del resto, se gli alti costi di sviluppo per nuove soluzioni fanno prevalere nelle imprese la scelta di lavorare al miglioramento continuo di prodotti e servizi grazie alle competenze professionali dei lavoratori, allora il nuovo paesaggio manifatturiero richiede di costruire un modello per formare e accertare le competenze utili all’innovazione, tenendole collegate con le scelte dell’impresa.

In Italia è evidente la difficoltà di implementare su larga scala investimenti tecnologici e innovazione. In questo quadro, chi sostiene che l’Italia deve crescere in termini di innovazione dovrà fare i conti con una situazione che sembra andare in una direzione diversa: l’investimento in ricerca e innovazione è limitato, e la tendenza ereditata dal passato è di basare la competizione sul consolidato mix tra conoscenze situate (potenziate da servizi creativi e di terziario urbano) e costo della manodopera contenuto (nelle fabbriche intelligenti il costo del lavoro è forse un tema secondario, ma nel manufacturing diffuso costituisce ancora un preciso punto in cima all’agenda del mondo industriale). Ma tutto ciò posiziona l’industria italiana a metà del guado, con il rischio di non risultare competitiva su nessuna delle due sponde, né sull’innovazione né sul costo del lavoro. Più in generale, è l’assetto complessivo della produzione industriale e del lavoro nel nostro paese a sconsigliarne una lettura unitaria. L’Italia, nella divisione globale del lavoro sembra per molti aspetti impegnata a gestire un ridimensionamento che tuttavia preservi la capacità di un selezionato numero di imprese di espandersi sui mercati internazionali per compensare il restringimento del mercato interno.

Per approfondimenti:
http://www.quadrantefuturo.it/terra/la-fabbrica-elegante.html
http://www.bollettinoadapt.it/sharing-economy-e-industry-4-0-due-facce-della-stessa-medaglia-che-cambiano-il-lavoro/
http://www.torinonordovest.it/industria-4-0/

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