Ciao Manu…

pubblico volentieri questo articolo di una intervista della Voce del Popolo ad una nostra cara amica scomparsa questa settimana…”a contatto con Manuela, si percepisce che luce e buio, colori e nero, visione e cecità possono essere concetti facilmente ribaltati, e che una persona che non vede può insegnarci moltissimo sul sole, sull’arcobaleno, sulle tinte vivaci che rendono la vita un dono meraviglioso.”

MANU: BENVENUTI NEL MIO MONDO A COLORI.

La Voce del popolo – Domenica 22 marzo 2009

Storie di coraggio – Come Manuela, una ragazza diventata non vedente, riesce a ringraziare per i doni ricevuti nella malattia.

Secondo Manu, le croci sono date a chi le sa portare: “e quando ci sentiamo affranti o prostrati da una sofferenza che sembra più grande di noi dovremmo tener conto che, in realtà, stiamo sottostimando noi stessi….”

In groppa ad un asino a Santorini, in Grecia; in mezzo al deserto, in sella ad un cammello, per vedere il tramonto; appassionata di viaggi e cinema, laureata in psicologia: tratti ed episodi che basterebbero a rendere Manuela Papaveri (per gli amici “Manu”) una persona speciale ed interessante, ma che acquisiscono un significato ancora più ricco quando si scopre che Manuela è non vedente.

A dire il vero, la maggioranza delle persone, avvicinandola e conoscendola, sulle prime non se ne rende neppure conto: un po’ grazie alla scioltezza, alla naturalezza ed alla sicurezza con cui Manu si muove e si pone in relazione con persone ed ambienti, un po’ per come lei stessa percepisce la sua situazione. Per lei, infatti, l’handicap è solo un tratto fra i tanti della sua personalità, non il più importante o il più determinante. E questo atteggiamento si traduce in una formidabile autoironia, che la porta a dire: “Vado ad Orbilandia”quando ha le riunioni delle associazioni di nonvedenti, così come alle medie chiedeva ad un compagno di classe di spostarsi perchè le impediva la visuale in una partita di pallavolo.

La sua mascotte è una scimmietta – e scimmiette di peluche di tutte le dimensioni affollano casa sua – perchè Manuela si sente “curiosa e dispettosa” come una scimmia; la vivacità e la solarità che si sprigionano dal contatto con lei sono davvero contagiose, così come l’entusiasmo e l’amore per la vita.

Manu è una trentenne piena di dinamismo, inarrestabile: si definisce testarda, una persona che non si arrende di fronte a nulla e che, pur conoscendo i propri limiti, non si dà mai per vinta, soprattutto quando può lottare affiancata da altre persone.

Famiglia, amici, lavoro e studio sono le grandi fortune della sua vita, che Manu elenca e cita in continuazione, con la massima semplicità. “Non sono cose scontate” – sottolinea, e il continuo porre in evidenza la preziosità e la bellezza di questi pilastri della sua vita fa sì che l’ascoltatore, alla fine, comprenda e sia persuaso dalla sincerità e dalla verità con cui Manuela si definisce “una persona fortunata”.

Così, anche altre affermazioni che suonerebbero paradossali in bocca a chiunque altro, diventano non soltanto accettabili, ma profondamente convincenti quando sono proposte con la limpidezza e la lucidità che caratterizzano questa giovane donna. Manu, per esempio, sostiene di non aver sofferto moltissimo in vita sua, e di essere spaventata dalla sofferenza fisica: affermazioni che si stenta ad accettare se appena appena si conosce qualcosa del suo calvario.

La sofferenza irrompe infatti nella sua esistenza molto presto, all’età di undici mesi, quando le viene diagnosticato un retinoblastoma bilaterale che la priva della vista da un occhio. La lotta per salvare l’altro impegna i suoi primi sette anni di vita, che Manuela trascorre continuativamente all’ospedale, tornando a casa la domenica “quando andava bene”. In prima elementare impara a scrivere “con la penna”: l’anno successivo, invece, le toccherà prendere confidenza con il braille dopo che l’avanzare della malattia rende necessario operare anche l’altro occhio. Già a sette anni, tuttavia, Manu aveva le idee chiare sulla vita, tant’è vero che incoraggiava la sua mamma dicendole che tutto sommato la vita era più preziosa della vista, e che aver chiuso con la malattia era qualcosa di estremamente positivo.

Il resto dell’infanzia, l’adolescenza ed i primi anni della giovinezza di Manuela trascorrono nel modo più normale possibile: uno dei principi che la ispirano è che “sono io a dovermi adattare agli altri, non gli altri a me”. Per questo rifiuta ogni tipo di corsia preferenziale dovuta all’handicap, poiché, sostiene, “il mondo è fatto di vedenti” e le persone che non vedono dovrebbero cercare di sentirsi il più possibile a loro agio in una società che spesso sembra ignorare le richieste e le esigenze di chi convive con questa disabilità. Il mondo dei cosiddetti “normodotati” deve infatti imparare a tutelare il diritto di ogni persona a sedersi alla mensa della vita con uguale dignità ed opportunità: ma ciò non deve condurre il portatore di handicap ad adagiarsi sulla propria “sfortuna” senza impegnarsi nel superarla e senza godere delle altre “fortune” che ha ricevuto.

A 28 anni, quando Manu è ormai brillantemente laureata in psicologia, ha già un lavoro, e nel frattempo segue una scuola di specializzazione in psicoterapia, un terremoto interviene a minare l’edificio di risultati e di sogni che aveva pazientemente costruito. Manuela deve infatti fare i conti con una nuova forma tumorale, che richiede interventi, chemioterapie, radioterapie.

La botta è forte, e si trascina dietro i cosiddetti “effetti collaterali” che sono talora ancor più devastanti della malattia in sé. Si può immaginare cosa rappresenti per una giovane donna perdere i capelli, soprattutto quando sono belli e lunghissimi come quelli di Manuela; e, similmente, la fatica e la spossatezza portate dalla malattia sono un nemico mortale per una persona vorticosamente attiva ed inarrestabile come lei.

Manuela sa però dove attingere le sue energie: l’amore delle persone care e la fede costituiscono la roccia su cui ha costruito la sua casa. “Certo – confessa – l’amore non ti toglie la disperazione”: ma i momenti di scoramento sono episodi isolati ed umanissimi nel costante buonumore, nella grinta e nell’umorismo con cui Manu affronta la vita e la malattia.

Secondo lei, le croci sono date a chi le sa portare: e quando ci sentiamo affranti o prostrati da una sofferenza che sembra più grande di noi dovremmo tener conto che, in realtà, stiamo sottostimando noi stessi. Nonostante tutto, infatti, Manu non si è mai arrabbiata con “Quello lassù”: anche se a volte, racconta ridendo, si ha l’impressione che il buon Dio sia partito con un volo last-minute, tuttavia si coglie sempre, a ritroso, il senso e la “necessità” delle esperienze dolorose e negative della nostra vita.

Guardando indietro, infatti, Manuela ammette che gli avvenimenti più incomprensibili e penosi della propria esistenza hanno poi acquisito un significato quasi provvidenziale quando li ha riosservati e ripensati successivamente. Ogni avvenimento è infatti parte di un disegno complessivo, in cui ogni cosa va al suo posto, come in un puzzle.

Così Manu riesce a parlare con assoluta serenità e con profonda serietà anche dell’argomento più vietato e sottaciuto dalla società, ossia la morte. Certo, ammette, è difficile condividere i propri pensieri ed il cammino che si è fatto nell’affrontare questo tema con le persone care, per le quali la morte è separazione dolorosa; e tuttavia è importante pensarci. La consuetudine con questo pensiero permette infatti di godere e di valorizzare ogni istante dell’esistenza, e di approfittare, con un pizzico di sano egoismo, di tutte le occasioni che ci vengono offerte per fare esperienze belle e piacevoli.

In secondo luogo, ed in modo forse ancora più importante, questo pensiero aiuta a raggiungere l’obiettivo della vita, quello che Manu chiama “avere la borsa pronta”: come nel cartone animato del Re Leone, infatti, l’importante è lasciare un segno.

Il segno che Manuela vuole lasciare è un segno di speranza, di gioia, di altruismo, di allegria solare: si percepisce immediatamente che l’altro è per lei qualcosa di molto importante, molto più importante di lei stessa, e che il suo obiettivo ( perfettamente raggiunto, per quanto ci riguarda) è quello di infondere i suoi valori fondamentali, di ottimismo e positività, in chiunque venga a contatto con lei, e di saper cogliere in ogni evento della vita (cecità e malattia comprese) la ricchezza che vi può essere nascosta. “Se non avessi avuto queste cose – afferma – tante fortune di cui godo, fra cui soprattutto l’incontro con persone speciali, le avrei sicuramente perse”.

Davvero, a contatto con Manuela, si percepisce che luce e buio, colori e nero, visione e cecità possono essere concetti facilmente ribaltati, e che una persona che non vede può insegnarci moltissimo sul sole, sull’arcobaleno, sulle tinte vivaci che rendono la vita un dono meraviglioso.

Chiara BERTOGLIO

Un commento

  • Alessandro

    Dio ha deciso di portarmi via la donna che amavo.
    Ma so che la sua luce mi dara la forza per continuare.
    Ciao Amore! Ale

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