Retrototopia: nostalgia del passato o un nuovo sguardo verso il futuro?

Negli scorsi giorni ho letto l’ultima opera di Zygmunt Bauman un libro che prova a fare una analisi sociologica del nostro tempo purtroppo con molti punti di vista non positivi, ma per fortuna con uno spiraglio di percorso, una strada, non una formula magica capace di produrre effetti immediati. Bauman invita ad un lungo e tortuoso cammino che a suo parere è stato individuato da Papa Francesco. Dobbiamo prepararci a un lungo periodo di domande più che di risposte, di problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il fallimento, ma la risposta c’è e si basa sulla capacità di dialogo.

Ho provato a fare una sintesi del libro nelle parole che trovate qui sotto…buona lettura.

Per molti, il passato non è mai stato più attraente e il futuro più spaventoso. Nel suo ultimo libro, l’eminente sociologo britannico Zygmunt Bauman, morto a gennaio, ha rivolto la sua attenzione a questo stato d’animo nostalgico e l’ha etichettato come “retrotopia”.Per molti, il passato non è mai stato più attraente e il futuro più spaventoso. Nel suo ultimo libro, l’eminente sociologo britannico Zygmunt Bauman, morto a gennaio, ha rivolto la sua attenzione a questo stato d’animo nostalgico e l’ha etichettato come “retrotopia”.
In Retrotopia, Bauman, esplora la strana alleanza della modernità con la nostalgia. L’intento principale del libro è quello di analizzare il modo in cui le diverse correnti nostalgiche agiscono per creare e far fronte a un presente disfunzionale e sconcertante.
Bauman inizia descrivendo l’ “epidemia di nostalgia”, una condizione che è ora “palpabile a tutti i livelli della convivenza sociale”. Egli espone il suo compito come “svelare, ritrarre e mettere in atto alcune delle più straordinarie tendenze del ritorno al futuro all’interno della fase emergente” retrotopiana “nella storia dell’utopia.” Queste tendenze sono raggruppate in quattro capitoli: “Ritorno a Hobbes?”; “Ritorno alle tribù”; “Ritorno alla disuguaglianza”; e “Ritorno al grembo”.
La sua tesi è che l’utopia originaria di Thomas More e la sua comunità sono state sovvertite da una nuova centrata sul “non fissato”, sull’ “individualizzato, privatizzato e personalizzato” – un cambiamento che è stato sfidato da un nostalgico desiderio e l’emergere di visioni del futuro situate nel “passato perduto / rubato / abbandonato ma non morto”. Una contesa più diretta domina la maggior parte del libro: che il passato è diventato attraente perché le persone trovano il presente sconvolgente e sconcertante. Bauman sostiene che tutti i nostri tentativi di tornare alle molte patrie di sicurezza, familiarità e comfort scaturiscono dall’incapacità di far fronte a un “presente esasperantemente capriccioso e incerto”. Questo stato di paura collega e incoraggia non solo diverse ma opposte forme di nostalgia, riunendo l’individualismo narcisistico con un’ondata di comunismo etnico.
Sfortunatamente, le raffigurazioni di Bauman della nostra condizione assomiglia ad una lista delle cose che  non funzionino. In cima alla lista c’è la “crescita del volume e dell’intensità della violenza”, che riflette il fatto che “il nostro mondo … è di nuovo un teatro di guerra: una guerra di tutti contro tutti”. Come racconta Hobbes, questa “guerra” non riflette l’assenza del Leviatano, ma la presenza di molti “piccoli e minuscoli Leviatani”. Un altro motivo di crisi è affrontato nel capitolo intitolato “RItorno alle disuguaglianze”. La ricchezza dei pochi ci giova? L’aumento dei livelli di disuguaglianza non ha portato a una “situazione rivoluzionaria”, Bauman afferma che la “condizione esistenziale attuale” non è altro che “una fabbrica di reciproco sospetto, antagonismo di interessi, rivalità e conflitti”.
Bauman è ostile alla nostalgia e vorrebbe “l’angelo della storia voltarsi ancora una volta” e affrontare il futuro. Ma Retrotopia è un libro profondamente nostalgico.
Eccoci qui, dunque, abitanti di un’età di sconvolgimenti e contrasti: una di quelle età in cui può accadere di tutto – o quasi –, ma non si può metter mano a nulla – o quasi – con la fiducia e la certezza di portare a termine l’impresa; una di quelle età in cui le cause inseguono i propri effetti, e gli effetti cercano le proprie cause ma trovarle è sempre più difficile, in pratica impossibile; un’età di mezzi apparentemente ben collaudati che dilapidano – o vedono esaurirsi – la propria utilità a ritmo accelerato, mentre la ricerca dei loro sostituti non va quasi mai oltre la fase progettuale.
C’è un abisso sempre più grande fra ciò che si deve fare e ciò che si può fare; fra ciò che importa davvero e ciò che conta per quelli che decidono; fra ciò che accade e ciò che è desiderabile; fra la dimensione dei problemi che l’umanità ha di fronte e la portata e capacità degli strumenti per gestirli. Lo Stato nazionale ha assolto più o meno decorosamente il compito, per cui era stato progettato e adattato, al servizio dell’indipendenza e dell’autonomia; ma ogni giorno che passa dimostra la sua assoluta inadeguatezza ad agire efficacemente nell’attuale condizione d’interdipendenza planetaria degli uomini.
Di fronte a questo quadro quali spazi di azione si possono delineare? Non c’è una formula magica capace di produrre effetti immediati, Bauman invita ad un lungo e tortuoso cammino che a suo parere è stato individuato da Papa Francesco nel suo discorso del 6/12/16.
Quella risposta si basa sulla capacità di dialogo; e qui di seguito la riporto testualmente, perché così merita di essere compresa: “Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. È urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione. Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curricula scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare «coalizioni» non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro. Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale.”
Questo discorso, rivolto a «tutti noi», in quanto tutti dobbiamo essere «parte attiva nella costruzione» di una cultura del dialogo in grado di guarire le ferite del nostro mondo multiculturale, multicentrico e multiconflittuale, è diretto in primo luogo a noi uomini comuni, hoī polloī, e non è in alcun modo riservato ai politici di mestiere che si dicono (e ci si attende siano) esperti nell’arte della negoziazione. L’intenzione di fondo del messaggio di papa Francesco è di trasferire le sorti della coabitazione, della solidarietà e della collaborazione pacifica tra gli uomini dall’ambito vago e oscuro della grande politica – quella che «si vede in televisione» – nelle strade, nelle officine, negli uffici, nelle scuole e negli spazi pubblici dove noi hoī polloī ci incontriamo e conversiamo; di togliere il tema, i destini e le speranze dell’integrazione dell’umanità dalle mani di coloro che comandano le truppe dello Scontro delle civiltà di Huntington, per affidarli agli incontri quotidiani tra vicini e colleghi: incontri cui tutti noi partecipiamo – esposti allo sguardo reciproco – come genitori attenti o insensibili, compagni fedeli o sleali, vicini premurosi o gretti, colleghi gradevoli o noiosi, e non certo in veste di rappresentanti ed esempi di civiltà, tradizioni, fedi religiose o etnie separate da reciproca estraneità.
Per arginare le correnti del «ritorno a» – a Hobbes, alle tribù, alla disuguaglianza, al grembo materno – non ci sono scorciatoie che portino a risultati diretti, rapidi e facili. Lo ripeto ancora una volta: probabilmente il compito che abbiamo di fronte – innalzare l’integrazione umana al livello dell’umanità intera – si rivelerà arduo, faticoso e impegnativo come mai prima d’ora. Dobbiamo prepararci a un lungo periodo di domande più che di risposte, di problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il fallimento. Ma in caso di sconfitta il verdetto per cui «non c’è alternativa» sarà senza appello. Noi – abitanti umani della Terra – siamo, come mai prima d’ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune.

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