A lezione di leadership da mio figlio…

Sottotitolo: “sono forse io il custode di mio fratello?”

Antefatto: “papà oggi la maestra ha messo una nota a tutta la classe ma io non stavo facendo nulla” – “Sei sicuro? Non é che tutta la classe si stava comportando male?” – “C’era un brusio diffuso ma a fare rumore sono sempre 3 o 4 compagni.”
Che fare in questa situazione? Parlare con le maestre e chiedere che si facciano rispettare…d’altronde sono loro a gestire la classe… Far girare un messaggio sul gruppo wapp dicendo un generico: ho saputo che la classe è rumorosa e forse sarebbe bene chiedere ai nostri figli di essere più tranquilli…tanto chi ha orecchi per intendere, intenderà di sicuro…oppure…

La sera prima di addormentarsi con mio figlio c’è un momento magico dove ci raccontiamo delle storie, dove riesco a scoprire cosa sta accadendo nella sua giornata, ma dove posso raccontare anch’io quello che mi ricordo della mia infanzia a scuola. Ricordo che quella sera la nota di classe non andava proprio giù a mio figlio che mi chiedeva con insistenza se anche io avessi mai preso note di classe. Ovviamente non potevo negare di averne prese ma ricordai di quella volta che chiesi al mio compagno più agitato: “perché ti comporti così? Lo sai che se ti comporti male tu, ci rimettiamo tutti?” Non ricordo se il mio compagno avesse cambiato atteggiamento ma di sicuro ricordo la sua faccia stupita.
Dopo avergli raccontato questa storia provai a dargli un consiglio: perché non aiuti la maestra? Perché non dici al tuo compagno di comportarsi bene così la maestra non darà più una nota di classe?
“Non so se glielo dico” – mi risponde – “è la maestra che dovrebbe dirgli qualcosa e poi chissà cosa mi risponde”
“Provaci” gli dico io, se vuoi stare meglio in classe devi iniziare tu a fare qualcosa…

Il sonno prende il sopravvento e il tempo passa dopo quella chiacchierata che forse è stata più di un mese fa. Solo ieri, finito allenamento di basket, con quella genuinità e ingenuità che solo i bambini sanno avere, mio figlio mi dice: papà ti ricordi quel tuo compagno di classe? Quale? – dico io – Quello che gli avevi parlato. – Boh chissà a chi si riferisce… –
“Sai che ho parlato con il mio compagno che fa sempre arrabbiare le maestre? mentre eravamo a pranzo gli ho detto se poteva comportarsi bene così non facevamo arrabbiare la maestra” – “E lui, che ha detto?” – “Ha scherzato e mi ha preso in giro.”
“Poi al pomeriggio durante la lezione quel mio compagno stava disturbando e io gli sono andato vicino dicendogli di ricordarsi cosa gli avevo detto a pranzo e lui mi prende ancor più in giro facendo il pagliaccio. La maestra lo vede e…gli mette una nota…”

Questa storia mi ha fatto pensare…la piccola dinamica di quella classe é molto simile a tante dinamiche che vedo nella nostra società o sul lavoro. Quante volte vediamo delle cose che non vanno bene e ci diciamo che ‘qualcuno’ con più potere divrebbe pensarci, la polizia, la politica le istituzioni. C’è sempre qualcuno al di sopra di noi che dovrebbe occuparsi di vedere tutto e richiamare o punire tutti quelli che si comportano male. Quante volte sono il primo a dire, e sento dire da altri: “non sono certo io che devo dire a quella persona che non sta lavorando per il bene comune”
Quante volte ci rifugiamo dietro al ‘nessuno dice niente allora posso farlo anch’io’ per giustificare che anche noi possiamo comportarci come tutti.

Quel gesto di mio figlio è stata una lezione per me, dire ciò che ha detto al suo compagno è costato fatica, accettare che il compagno non abbia ascoltato il consiglio è costato ancor più fatica, ma, e qui sta la fatica più grande, dire ad un compagno di comportarsi bene obbliga chi lo ha fatto a comportarsi ancor meglio perché proprio quel compagno potrebbe venirti a dire: “lo hai detto a me e adesso anche tu, ti comporti male”
Eh già, prendersi la responsabilità del bene comune, di un bene che va oltre me e l’altro, prendersi a cuore il bene del gruppo implica una grande responsabilità ed una grande capacità di essere costantemente attenti ai propri comportamenti.

Quando Dio domandò a Caino dove si trovasse Abele, Caino, adiratosi, replicò con un’altra domanda: «Sono forse il custode di mio fratello?». Certamente sono io il custode di mio fratello; e sono e rimango una persona fin tanto che non chiedo un motivo speciale per esserlo. Che io lo ammetta o no, sono il custode di mio fratello perché il suo benessere dipende da ciò che io faccio o che mi astengo dal fare. Sono una persona in relazione perché riconosco questa dipendenza e accetto la responsabilità che ne consegue. Nel momento in cui metto in discussione tale dipendenza domandando ragione — come face Caino — del perché dovrei prendermi cura degli altri, in questo stesso momento abdico alla mia responsabilità. La dipendenza del fratello è ciò che fa di me una persona. Perchè il bene comune va oltre la somma dei singoli interessi e oggi più che mai è necessario pensare che possiamo salvarci solo insieme e mai da soli.

Grazie figlio mio di questa lezione di leadership perché nella società individualista di oggi prendersi a cuore il bene di tutti non è cosa diffusa, perché lamentarsi del fatto che qualcuno dall’alto non fa nulla è ormai normale, perché pensare a cosa posso fare io adesso, senza aspettarmi o pretendere che altri facciano, significa attivare il cambiamento a partire da noi.

 

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