Ad-Olescenti ovvero tensione verso la pienezza

Alla fine del mese di agosto ho avuto un po’ di tempo per guardare la televisione e mi sono fatto prendere da una serie tv «Thirteen reasons why» («Tredici» in Italia) che racconta la storia di una 17enne suicida che lascia tredici audiocassette per spiegare le ragioni del suo gesto. Ne avevo sentito parlare da amici e avevo visto qualche articolo sul web, mi affascinava approfondire da un altro punto di vista il mondo degli adolescenti con il quali ogni giorno mi rapporto…un rapporto distante, non da docente, ma di ascoltatore perchè con il mio ruolo le occasioni di contatto non sono moltissime (purtroppo…).

La serie parla di una ragazza che si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.

Sono tanti i temi che a mio parere emergono dal racconto, provo a citarne alcuni che mi hanno fatto riflettere:

– nel tempo di Internet il mezzo con il quale viene raccontata la storia della ragazza sono delle audiocassette. Quasi non le ricordavo più neanch’io e lo stesso protagonista fa fatica a trovare un lettore che gli permetta di ascoltarle. Questa scelta mi fa pensare che forse anche per gli adolescenti, nonostante le tante opportunità per poter comunicare (whatsapp, facebook, instagram,…) la ricerca è quella delle fondamenta, di connessioni reali, di relazioni profonde piuttosto che di contatti. In questo mondo gli adulti non possono che essere osservatori che cercano di fornire gli strumenti giusti per mettere in relazione tra loro i giovani

– l’età dell’adolescenza (ad-olescente – tensione verso la pienezza) è una età importante che non può essere trascurata, una età dove si intravvede e si forma l’adulto e per troppo tempo abbiamo pensato che il modo migliore per guidarla fosse quella di essere un po’ adolescenti anche noi adulti. Quello che emerge nella serie è una sorta di assenza degli adulti, ma non una assenza fisica. I professori, i genitori sono tendenzialmente presenti, ma sono distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.

Noi adulti vorremmo controllare l’adolescenza, credendo sia una scorciatoia per educare, ma questa fase della vita, con la sua sete di libertà, non vuole controllo, bensì apertura, accettazione, affermazione, destinazione, obiettivi. In assenza di “passione” da parte dell’adulto, l’educazione si rifugia nel controllo, nell’obbligo e nei divieti che infatti i ragazzi spesso non capiscono.

Solo chi vive il suo rapimento e la sua passione, genera egli stesso rapimenti e provoca destini: solo se io so che cosa ci sto a fare al mondo metto in crisi positiva un adolescente, che non vuole gli si spieghi la vita, ma che la vita si spieghi in lui, e vuole avere a fianco persone affidabili per la propria navigazione.

Io credo che questo sia un segnale per noi adulti e in questo ci vedo anche il mio ruolo di “formatore”: essere a contatto con i giovani adolescenti oggi è una sfida, ma solo chi è capace di inseguire i propri sogni e le proprie passioni può essere in grado di relazionarsi con loro in modo affidabile. Quanti adulti oggi sono in queste condizioni?

La serie si conclude con una frase del protagonista della serie, un diciassettenne, che dice in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Non basta il rispetto, non bastano le regole, per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto o avere nella mia “rete” un contatto in più…

 

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