Alla fine di aprile di quest'anno ho acquistato una e-bike che mi permettesse di spostarmi…
Uber e la Sharing Economy
Negli scorsi giorni ho avuto la possibilità di conoscere i responsabili del servizio Uber. Ero interessato al loro modello e non tanto alle discussioni relative al servizio di trasporto pubblico ed ai Taxi (su questo tema penso sia importante precisare il fatto che il servizio è attualmente illegale ed è questo il motivo per cui sono stati sequestrati alcuni veicoli). Ci siamo visti in Consiglio Comunale e sono stati invitati a parlare all’interno di una commissione consigliare. Posto il fatto che dovranno essere definite delle regole per servizi come Uber per evitare di mettere in difficoltà il servizio Taxi con una concorrenza scorretta. Quello che si è aperto è stato un mondo di riflessioni attorno al tema della “Sharing Economy” o economia della condivisione. Provo a darne qui sotto una definizione ed alcuni esempi ma vi terrò aggiornato sulle iniziative che proverò ad avviare in quanto ho chiesto di fare degli approfondimenti all’interno della commissione lavoro
L’ economia della condivisione ( a volte indicata anche come l’economia peer-to -peer , economia collaborativa o consumo collaborativo ) è un sistema socio – economico costruito intorno alla condivisione di risorse umane e fisiche . Essa parte da un punto comune di creazione , produzione, distribuzione , commercio e consumo di beni e servizi da parte di persone e organizzazioni diverse . Questi sistemi assumono una varietà di forme , sempre più spesso sfruttando le tecnologie dell’informazione, per responsabilizzare gli individui , aziende , organizzazioni non-profit e di governo con informazioni che consentano la distribuzione , la condivisione e il riutilizzo della capacità in eccesso di beni e servizi .
Il consumo collaborativo (sharing economy) come fenomeno è una classe di accordi economici in cui i partecipanti della stessa comunità condividono l’accesso a prodotti o servizi , piuttosto che avere la proprietà individuale . Questo modello è spesso abilitato dalla tecnologia e dalla community.
Le piattaforme collaborative che operano in Italia sono 138, divise in 11 diversi ambiti, tra i quali si segnala il crowdfunding (che conta ben il 30% delle piattaforme), i servizi dedicati allo scambio o al noleggio di beni di consumo (20%), i trasporti (12%) che comprendono servizi di condivisione posti auto in città o su lunghe tratte. Molto interessato alla sharing economy anche il settore del turismo che con il 10% di aziende mostra un sistema variegato di servizi, che comprende piattaforme che permettono ai privati di affittare o scambiare la propria abitazione per brevi periodi (9 in Italia) e quelle che facilitano l’incontro di persone del posto con viaggiatori, ai quali si propongono visite personalizzate e alternative dei luoghi.
Alcuni esempi? Fubles, servizio che facilita l’organizzazione di partite di calcetto, conta una community di 430mila persone e più di 115mila partite giocate; Gnammo, che permette a cuochi non professionisti di preparare cene per privati cittadini ha raggiunto 20mila utenti, così come Timerepublik, banca del tempo digitale, e Reoose, piattaforma di baratto. La stessa UberPop piattaforma per condividere la propria auto e anche Airbnb per mettere in contatto le persone per l’affitto di stanze di casa propria, oppure Blablacar per condividere parti del viaggio in auto con altre persone che fanno lo stesso tragitto. Tutti promuovono lo sfruttamento a pieno delle risorse attraverso l’affitto, la condivisione, lo scambio e la vendita (solo per l’usato) di beni, competenze, tempo, denaro, spazio.
Il modello è interessante, ma necessita di un adeguato approfondimento in quanto le normative vigenti non sono pronte alle nuove proposte e a quanto le disruptive tecnologies stanno cambiando il mercato.