
In questi giorni si è svolto a Milano
sharitaly, una iniziativa all’interno della cooperative week per parlare di Economia Collaborativa. La sessione che ho avuto la possibilità di ascoltare anche in rappresentanza della Città di Torino, mi ha fatto capire che la Sharing Economy non è una moda passeggera ma una trasformazione che passa dal ripensamento del rapporto tra economia e società, con una attenzione particolare per la creazione dei legami sociali e con una grande opportunità per la politica per ripensare al proprio ruolo nella creazione di reti e relazioni. L’interesse sul tema per me è elevato non solo per l’importanza che può avere a livello torinese, ma anche nell’ottica della smart city più attenta a creare un ecosistema dove l’innovazione trovi casa, più che a creare vincoli e barriere a tutto ciò che si presenta nuovo (ma che ovviamete deve essere ricondotto a regole condivise). Partiamo da qualche esempio: Amazon lancia a Seattle il servizio Amazon Flex che recluta autisti free-lance, dotati di automobile e smartphone, per la consegna dei pacchi. Nel frattempo, a Malo, in provincia di Vicenza, un gruppo internazionale di volontari lavora ai WuppDays, per creare una piattaforma open source che metta in contatto donatori e fruitori di cibo inutilizzato da tutto il mondo. E per la nostra città, quale è la sharing economy che vogliamo? La domanda potrebbe sembrare strana, ma in realtà non è un semplice esercizio per interrogarci su un termine alla moda, ma questa domanda dipende il nostro impegno a sostenere, abilitare o semplicemente lasciar sviluppare iniziative di nuova economia che hanno un’anima sociale e, a ben guardare, anche politica. Mentre le amministrazioni italiane si iniziano (chi più chi meno) ad attrezzare, a Torino stiamo provando a fare qualche passo in avanti anche se spesso rischiano di prevalere le logiche ed i paradigmi che hanno guidato la old economy. E’ necessario prendere coscienza di questo tipo di economia ed iniziare a tracciare delle linee guida che ci permettano di accettare ed includere l’innovazione più che a tenerla fuori dai nostri muri. A quanto sembra ne prendono coscienza anche a Bruxelles, tanto che proprio dal Comitato delle Regioni è venuto fuori un progetto di parere della commissione Politica economica, dal titolo “La dimensione locale e regionale dell’economia della condivisione”, presentato in questi giorni. Interessante la proposta di sistematizzare in quattro categorie quella che generalmente viene chiamata “economia della condivisione”, sulla base del diverso impatto sociale. Il parere cerca di delineare tre ambiti in particolare: – è sempre più necessario distinguere la sharing economy in: “economia dell’accesso” (es. Spotify per l’ascolto di brani musicali); “gig economy”, singole prestazioni lavorative attivate tramite piattaforme online o applicazioni su smartphone (es. Uber); “economia collaborativa” in cui si presuppone la condivisione di un bene (es. BlaBlacar); “pooling economy”, basata sulla gestione collettiva di un parco cittadino come di un condominio. – l’attenzione sulle città e sulla necessità di risposte rapide a questioni come protezione dei dati personali, regole fiscali e tutela dei lavoratori. Attraverso la sharing economy le città e le regioni possono tutelare un’economia che è una ricchezza per il territorio, ad esempio in settori come il turismo, dove puoi far conoscere tradizioni locali ed enogastronomiche tramite la condivisione di case, cucine e ricette” – definire una agenda dell’unione europea che incentivi progetti pilota in varie città e regioni oltre a promuovere lo sviluppo di programmi educativi in scuole e università anche per diffondere consapevolezza delle potenzialità e e dei rischi Riuscirà la nostra città a raccogliere le sfide dell’innovazione connessa alla sharing economy? Penso che le condizioni ci siano, ma sicuramente devono passare da una apertura all’innovazione che ha sempre caratterizzato la nostra città.