Ritorno alle radici alla scuola di Barbiana

Negli scorsi giorni, con un gruppo di colleghi, abbiamo avuto la possibilità di visitare la scuola di Barbiana. Non nego che il viaggio, durato più di 4 ore, è stato un po’ come un “cammino” per vivere quel luogo e quei posti dei quali per tanto tempo ho solo letto sui libri. Ero emozionato nell’arrivare dove è stata scritta e pensata ‘lettera ad una professoressa’ oppure ‘L’obbedienza non è più una virtù’ è stato un modo per tornare alle radici e toccare con mano il luogo dove erano nati molti dei pensieri e delle motivazioni che in questi anni hanno ispirato le mie azioni.

Ricordo ancora oggi quando lessi il libro ‘L’obbedienza non è più una virtù’, poco dopo la mia scelta di fare l’obiettore di coscienza. Ieri ho avuto la possibilità di vedere quel luogo con i miei occhi, mentre ero in viaggio pensavo al momento in cui avrei visto la scritta I CARE, di cui tante volte ho sentito parlare, quella scritta ed il suo significato mi risuonavano nella mente. Arrivato nel luogo, in quella stanza, dove era posizionata la scritta sono rimasto un po’ stupito. Mi aspettavo una grande parete con una scritta enorme come un murales…ma la scritta enorme non c’era, anche perché non c’era neanche la parete enorme, perché la classe non era uno spazio enorme. Non più grande di una ventina di metri quadri quella classe era più piccola di quanto mi aspettassi, anche il luogo era piccolo: la chiesa, la casa, il laboratorio, la classe… Tutto era come era stato lasciato alla morte di don Milani e il luogo era veramente sparuto, più nascosto di quanto potessi pensare. Un luogo raggiungibile solo con la macchina e nell’ultimo tratto solo a piedi…questo è Barbiana: un luogo piccolo che ha cambiato la storia.

Approfondendo il racconto fatto dalla fondazione Don Lorenzo Milani che ci ha accolto e ci ha spiegato il significato e la storia della scuola di Barbiana, ci siamo resi conto che è proprio la dimensione minuta di quegli spazi che danno significato a quel luogo: gli ultimi, i più piccoli, i dimenticati sono diventati protagonisti. L’esperienza di Barbiana si colloca in un periodo storico, siamo alla fine degli anni ’60, di grandi  rivoluzioni culturali, di ripensamento del ruolo della chiesa oltre che dell’impegno dei cristiani nella società e nella politica. E’ in quel luogo che Don Milani ha dato avvio ad una rivoluzione culturale della quale solo molti anni dopo la sua morte abbiamo potuto vedere i riscontri.
La scelta della Fondazione Don Milani è stata quella di mantenere tutto com’era stato lasciato al tempo della chiusura della scuola e credo che questa scelta sia stata corretta. Ogni giorno centinaia di persone vengono in visita, ma nonostante questo, la scelta della sobrietà del luogo lo fa rimanere un luogo di spiritualità evitando di trasformarlo in un luogo di turismo.
Don Milani dedicava ai suoi giovani 12ore al giorno per 365 giorni all’anno, una forma di educazione che si é “fusa” con la vocazione stessa. Penso che non sia facile estrapolare un modello replicabile di quella esperienza, ma a me hanno colpito tre elementi che mi porterò dietro sia per il mio lavoro che per la vita.

Il primo elemento che sperimento in prima persona con i giovani della formazione professionale, è l’importanza dell’ imparare facendo. Tutto a Barbiana veniva insegnato agendo: i libri erano stati costruiti sulla base delle informazioni che i ragazzi recuperavano all’esterno e poi venivano replicate in nuovi libri alla “barbianese”; anche gli sci erano autocostruiti dopo un approfondimento con costruttori esperti; la piccola piscina per tuffarsi nel caldo estivo è stata costruita dai ragazzi…

Il secondo elemento è questo: in un tempo dove sembra indispensabile sperimentare continuamente nuove modalità didattiche, dalla flipped classroom, all’uso della LIM, all’uso di strumenti multimediali per rendere più interessante la lezione; Don Milani ci insegna che tutte queste cose sono funzionali al principio di fondo di voler bene ai propri ragazzi. I care significa anche prendersi cura dei nostri giovani e immaginare per loro un futuro migliore affinché loro stessi possano costruirselo.

Il terzo elemento è legato al viaggio: non si può elaborare ed immaginare il futuro della formazione standosene fermi. La dimensione del viaggio e dello spostamento, come fanno gli esploratori, è la caratteristica che ogni formatore dovrebbe avere dentro di sé. Viaggiare significa entrare in relazione con l’altro, che sia il compagno di viaggio piuttosto che la persona che andiamo incontrare. Viaggiare significa osservare al posto dei nostri allievi e far immaginare loro ciò che abbiamo visto.

Ora ho capito perché quella frase I CARE era scritta su un foglietto inchiodato alla parete, non serviva occupare una parete intera, perché è dalle piccole cose che si parte a trasformare e migliorare il mondo.

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